Il Salone

Nella seconda edizione delle sue Vite, pubblicata nel 1568, Giorgio Vasari scrive che Giulio Romano eseguì anche le decorazioni pittoriche della villa. Tuttavia, secondo gli studi più recenti, gli affreschi del salone sono opera di altri due allievi di Raffaello: Polidoro da Caravaggio e Maturino.

Le imprese

Leijona ja vinttikoira-tunnus.

Il soffitto del salone è decorato con le imprese di Baldassarre Turini e dei suoi protettori, i papi Leone X e Clemente VII. L’impresa di Turini reca la frase latina “ALTORE ALTO IT FIDES ALTIUS” e raffigura un levriero nell’atto di guardare un leone, mentre un fascio di luce unisce il cuore del leone alla bocca del cane. L’iconografia è eloquente: il levriero simboleggia Turini, considerato che si rinviene anche nello stemma di famiglia conservato nel giardino della villa e sul monumento funebre dello stesso Turini nel Duomo di Pescia. Il leone, invece, rappresenta Leone X ovvero Giovanni de’ Medici, del quale contraddistingue la casata, così come i rami di alloro sullo sfondo. L’iscrizione latina sottolinea la fedeltà di Turini nei confronti di Leone X, che Turini aveva seguito in guerra e finanche durante la prigionia nel 1512, quando Giovanni era ancora cardinale.

Le imprese di Leone X “SUAVE” e “SEMPER” sono in stucco a rilievo. Nella prima campeggia l’immagine di un giogo, derivante dalla citazione evangelica “iugum meum suave, (il mio giogo è dolce, Matteo 11:30), che allude al ritorno dei Medici a Firenze dopo diciotto anni di esilio. La seconda contiene il motto di Cosimo de’ Medici detto il Vecchio, “SEMPER” circondato da un anello.

Aurinko ja puu-vaakuna.

Nell’impresa ovale di Clemente VII sono dipinti il motto “CANDOR ILLESUS” su un nastro bianco e l’immagine di un raggio di sole che, colpita una sfera di cristallo, incendia un albero lasciando illeso il nastro bianco; l’iconografia si riferisce al papa, che nessuno può colpire. L’impresa è presente anche nelle stanze di Raffaello dei Musei Vaticani e in altri edifici della famiglia Medici, tra i quali Villa Madama.

La parte centrale della volta è dominata dal grande stemma di Paolo V, raffigurante un’aquila nera e un drago bianco. Nel 1608, quando il pontefice, nato Camillo Borghese, fu ospitato nella villa, la proprietà era della famiglia Lante; il legame di parentela tra i Lante e i Borghese è sottolineato anche dagli stemmi agli angoli della volta, nei quali l’aquila e il drago dei Borghese sono congiunti alle tre aquile bianche dei Lante. La presenza, nell’angolo a nordest, dello stemma dei Maffei induce a credere che le decorazioni risalgano al tempo del cardinale Marcello Lante (1569-1652), la cui madre era una Maffei. Lo stemma personale di Marcello, invece, è affrescato sul soffitto delle stanze laterali.

Lo storico dell’arte Henrik Lilius ha riscontrato nell’iconografia del soffitto del salone un legame diretto con la propaganda medicea, che mirava a identificare nell’elezione di Leone X, esponente della casata, l’inizio di un’età aurea a Roma.

Gli affreschi originali del soffitto

Katto alkuperäisessä asussaan.

Quattro affreschi che un tempo decoravano il soffitto del salone si trovano attualmente a Palazzo Zuccari, sede della Bibliotheca Hertziana. I temi raffigurati sono storie e leggende antiche del Janiculum: l’incontro di Giano e Saturno, il ritrovamento della tomba di Numa Pompilio, la fuga di Clelia e la sua liberazione. Nelle sezioni più piccole erano stati realizzati trentadue affreschi con amorini e soggetti mitologici.

Il primo affresco raffigura l’incontro di Giano bifronte e Saturno sul colle Janiculum prima della fondazione di Roma – evento che nella storiografia antica segnava l’inizio dell’età aurea e che nel Cinquecento si voleva giustapporre all’età aurea determinata dall’ascesa di Leone X al soglio di San Pietro. Inoltre, nella sua Historia viginti saeculorum, il dotto agostiniano Egidio da Viterbo, devoto funzionario di Leone X, istituiva un paragone tra Giano, divinità fondatrice della religione etrusca, e San Pietro, fondatore della chiesa di Roma. E un contemporaneo di Egidio, Giovanni Nanni detto Annio da Viterbo, scrisse che nell’età aurea Giano regnò sull’Etruria insieme a Saturno.

Incontro tra Giano e Saturno
Incontro tra Giano e Saturno

Il soggetto del secondo affresco è il ritrovamento della tomba di Numa Pompilio sul Janiculum. La leggenda attribuisce a Pompilio, secondo re di Roma, l’organizzazione della vita religiosa, la codificazione del diritto e il primo pontificato massimo. Si racconta che cinque secoli dopo la sua morte, nel 181 a. C., furono ritrovati sul colle gianicolense due sarcofagi contenenti rispettivamente la salma di Numa Pompilio e i suoi testi di legge o, secondo alcuni, i testi delle profezie della Sibilla. L’affresco raffigura l’estrazione dei volumi dalla tomba e mostra sullo sfondo – con una commistione di secoli – Villa Lante nel suo aspetto originario. Anche in quest’opera è evidente il collegamento con Leone X e il suo ruolo di pontifex maximus, centrale nella vita religiosa di Roma.

Nella foto la scoperta della tomba di Numa Pompilio
Scoperta della tomba di Numa Pompilio

Il terzo e il quarto affresco descrivono la leggenda della giovane Clelia. All’inizio dell’età repubblicana, il re etrusco Lars Porsenna, in guerra contro Roma, aveva occupato il Janiculum con il suo accampamento. In seguito agli accordi di pace, i romani dovettero inviare nel campo nemico un gruppo di ostaggi costituito da giovani fanciulle nobili. Tra di loro c’era l’intrepida Clelia, che pianificò e capeggiò una fuga collettiva a nuoto attraverso il Tevere.

Fuga di Clelia
Fuga di Clelia


I romani, non volendo venir meno alla promessa, restituirono le ragazze; ma, tornata al cospetto del re etrusco, Clelia si addossò la colpa della fuga e giurò che sarebbe scappata di nuovo. Colpito dal senso dell’onore dei romani e dal coraggio di Clelia, Porsenna liberò gli ostaggi. Anche questo soggetto iconografico è ascrivibile alla propaganda dei Medici: l’accordo di pace tra Etruschi e Romani rimanda all’alleanza tra Roma e Firenze sotto la guida di Leone X.

Nella foto l'affresco sulla liberazione di Clelia
Liberazione di Clelia

Le protomi della volta

Kaksikavoinen Janus, yksityiskohta katosta.

Sulla volta sono conservate, nella loro collocazione originaria, alcune protomi in stucco all’interno di una conchiglia. Le protomi erano collegate agli affreschi successivamente rimossi: sopra alle finestre sono raffigurati Giano bifronte e Saturno; nell’intradosso a sud sono raffigurati i protagonisti della guerra tra Etruschi e Romani: Clelia e il re Lars Porsenna, che indossa una bella armatura. Al di sopra del camino si vedono un uomo barbuto che potrebbe essere Numa Pompilio, e una figura femminile, che è forse Vesta, il cui culto a Roma fu introdotto all’epoca di Pompilio, oppure la moglie di Pompilio, la ninfa Egeria. Nell’intradosso verso la loggia sono dipinti il giovane Bacco con grappoli d’uva e sua moglie Ariadne con un nastro che le attraversa il petto nudo. Queste figure si riferiscono verosimilmente ai vigneti della villa e ai piaceri del vino.

Le decorazioni delle pareti e i rilievi di canova

Kipsireliefi Sokrates Potidean taistelussa.

Le pareti del salone sono decorate con raffigurazioni pittoriche di pregiate lastre di marmo colorate, sul modello degli antichi edifici imperiali come il Pantheon. Una parte di esse fu riportata alla luce durante i lavori di restauro negli anni ’50, mentre un’altra parte delle pareti fu lasciata in stile neoclassico, così come l’architetto Giuseppe Valadier l’aveva modificata nel 1807. All’epoca di Valadier risalgono anche i rilievi in gesso di Antonio Canova che sovrastano le porte e hanno per tema: Socrate salva Alcibiade nella battaglia di Potidea e Socrate congeda la propria famiglia (lato ovest, a destra e a sinistra della tela di Valentin de Boulogne); Nascita di Bacco e Morte di Adone (lato sud); Insegnare agli ignoranti e Dar da mangiare agli affamati (lato est, verso la loggia).

Allegoria d’Italia di Valentin de Boulogne

Allegoria d'Italia- öljymaalus.

Nel salone spicca un grande dipinto a olio realizzato dall’artista francese Valentin de Boulogne (1591–1632) dal titolo Allegoria d’Italia (il nome originario era Historia d’Italia). È una delle opere più rilevanti di de Boulogne, che visse per molti anni a Roma: tra il 2016 e il 2017 la tela è stata l’attrazione principale della mostra a lui dedicata al Louvre di Parigi e al Metropolitan Museum of Art di New York. L’acquisizione del dipinto si deve all’archeologo Wolfgang Helbig, che l’acquistò in occasione dell’asta tenutasi nel 1899 a Palazzo Sciarra.

Domina il dipinto una figura femminile, con una corona turrita sul capo e in mano uno scudo e una lancia, che incarna l’Italia. Le spighe di grano e la frutta ai suoi piedi simboleggiano la fertilità del suolo. Nella parte inferiore della tela due figure maschili nude e barbute incarnano due grandi fiumi: il Tevere, simbolo di Roma e dello Stato pontificio, il cui emblema è la lupa con Romolo e Remo, e l’Arno, che rappresenta la Toscana, contraddistinta dal leone. Il forte chiaroscuro usato da de Boulogne è d’ispirazione caravaggesca. Il dipinto fu commissionato dal cardinale Francesco Barberini in onore dell’anno santo straordinario del 1628; nell’angolo in alto a sinistra si intravede un tronco d’albero da cui si leva uno sciame d’api, simbolo della famiglia Barberini.